COMUNITÁ PASTORALE MARIA REGINA DEGLI APOSTOLI

Comunità Pastorale

Maria Regina

degli Apostoli

Barzago

Bevera

Bulciago

Santuario Madonna del Carmelo di Bulciago

Cenni storici (pag. 2)

Prima di ripercorrere la fasi salienti della costruzione del Santuario di Santa Maria del Monte Carmelo è opportuno soffermarci sul masso avello – termine coniato dal canonico Vincenzo Barelli e assunto poi dagli studiosi – che caratterizza la località e che sovente prevale sul titolo ufficiale con quello più popolare di Santuario dei Morti dell’Avello.

L’avello costituisce una misteriosa tomba – tipica del più antico territorio comasco – avente forma analoga a una vasca da bagno simile ai sarcofagi scavati in pietra. Lo caratterizza il fatto che questo è stato scavato, con asportazione per scissione sul piano orizzontale mediante scalpello, in un masso erratico. Lo scalpellino, terminata la vasca, concludeva il piano superiore con il bordo rialzato per sovrapporvi un coperchio in pietra.

Il resto del trovante rimaneva intatto nella forma determinata dalle forze della natura che lo avevano distaccato dalle montagne della Valtellina o Valchiavenna, poi trasportato dai ghiacci fino ad essere abbandonato nella posizione in cui ora si trova nell’epoca quaternaria.

Tomba dunque inamovibile a causa del peso, destinata ad accogliere la salma di un personaggio di riguardo o sepolcreto di famiglia, ricoperta dal pesante coperchio, monumento esposto alla pubblica deferenza.

L’avello di Bulciago si trova nella frazione Bulciaghetto, località assai lontana dagli insediamenti abitati, detta ai morti del busone [bucone], scavato in un possente trovante di serizzo, che si estende notevolmente ancora sottoterra. Scrive il dott. Antonio Magni: «La tomba per regolarità di forma, purezza di linee e finitezza di lavoro, super tutte le altre» [A. Magni, I massi avelli della regione comense, in Rivista archeologica della provincia e antica diocesi di Como, fascicolo 82, pag. 3 – 120, Como 1922]; un manufatto pregevole dunque!

Una doppia scanalatura favoriva lo scolo dell’acqua piovana; sul lato lungo è stato scolpito un gradino come per sedersi a riposo. Misura in lunghezza 185 cm, in larghezza 90 cm, in profondità 64 cm, il piano superiore è caratterizzato dal bordo rettangolare per ricevere il coperchio. E ci informa il dott. Magni che «Recentemente un fulmine ruppe il bel margini settentrionale dell’avello; la sua conservazione è garantita dal culto di cui è circondato». La memoria storica tramanda che nel bosco appresso si seppellivano i morti della peste detta di San Carlo 1576-1577 e di quella del cugino Arcivescovo Federico Borromeo del 1630-1631. Nei pressi dell’avello fu elevata una cappella in un tempo che non ci è noto, o meglio una edicola di imponenti dimensioni, dove «si appendevano gli ex voto dei guariti tra coloro che usavano dell’acqua di pioggia caduta nell’avello, o per bevanda o per abluzioni».

Quando l’archeologo Magni visitò per la prima volta la tomba, parecchi anni prima della stesura dell’articolo avvenuta nel 1922, ma dopo la costruzione del Santuario che era già esistente, scrive: «Il luogo era deserto per cui da uno sterratore da me condotto feci iniziare uno scavo davanti la parete verticale, in cerca di una possibile iscrizione scolpitavi; mi vidi attorniato da molta gente accorsa alla voce delle mie manovre, ed in tono brusco mi si domandò se il masso doveva essere trasportato in altro paese! Risposi che cercavo sul blocco il millesimo».

Continua poi riportando una testimonianza scritta di quanto accadde in quel frangente, la sola rintracciata attestata da un testimone oculare: «Sopraggiungeva, portato su una sedia, un uomo macilento ed estenuato a gambe nude, che, tolto di peso, gli furono immerse nell’acqua dell’avello. Cadde tosto in deliquo [svenne n.d.r.], e ricordandomi allora di essere medico, lo feci distendere sul suolo, e con frizione e respirazione artificiale in breve si riebbe». Ritornata la clama tra i presenti, l’archeologo Magni fece riporre le terra rimossa e lasciò il bosco non rilevando alcuna iscrizione sul masso, che insisteva sulla proprietà degli eredi di Attilio Galliani di Milano.

Ci informa altresì che «In un campo vicino detto dei morti, pochi anni sono trascorsi, vennero in luce due tombe costituite da rozze piastre di pietra, dalle quali tombe uscirono ossa umane, vasi di terra cotta e monetine di bronzo; tombe romane del quarto secolo di Cristo; la presenza di tombe romane in vicinanza del masso-avello può avere un significato sull’età di questo», resti affiorati forse appartenenti a una antica necropoli? Considerato che non dovrebbe trattarsi delle due tombe richiamate dal parroco don Antonio Farina rinvenute durante gli scavi per la costruzione del Santuario, è lecito supporre che ancor prima degli eventi pandemici in quest’area si seppellissero i defunti. Tale ipotesi però dovrebbe essere avvalorata da un insediamento abitativo nei dintorni.

Le due tombe rinvenute durante lo scavo delle fondamenta del Santuario sono preesistenti alla fossa comune. Durante l’epidemia non si costruiscono loculi singoli perché i cadaveri sono affiancati l’un l’altro o sovrapposti. E non pensiamo nemmeno che le due tombe possano essere state realizzate per qualche personaggio di riguardo in quegli anni pandemici. Anzi, il ritrovamento di così poche ossa durante lo scavo delle fondamenta, che saranno scese in profondità anche di qualche metro rispetto al piano del terreno, presume che la superficie del Santuario non sia sovrapposta esattamente alla grande fossa comune, perché altrimenti le ossa affiorate dovrebbero essere state molte di più!

Fino ad alcuni anni fa sui rami delle piante che stavano intorno all’avello – in genere robinie e querce – erano appese calze, fazzoletti o strisce di stoffa. Ci si affidava all’acqua piovana contenuta nell’avello per la guarigione di parecchie malattie, in particolare la pertosse.

I cenci appesi ai rami appartenevano alle persone ammalate che non potevano recarsi direttamente sul luogo, quindi incaricavano qualche parente o conoscente a portare una parte di sé presso quella riserva d’acqua che ritenevano benefica.

La foto più antica disponibile realizzata intorno al 1922, riprende una edicola di maggiori dimensioni rispetto alla attuale con appese grucce ed altri ex voto per grazia ricevuta. Questi ultimi sono stati poi trasferiti nel Santuario e anche da qui rimossi in un secondo tempo.

L’avello è dunque avvolto da un’aura popolare più di carattere superstizioso che religioso e il clero che si è succeduto nella guida della comunità di Bulciago ha sapientemente orientato la devozione dei fedeli nei confronti della Madonna del Carmine, già venerata nella chiesa parrocchiale attraverso la celebrazioni di alcune messe annuali stabilite dal milanese Pietro Beretta il 20 ottobre 1752, culto già diffuso in parrocchia con la fondazione della Confraternite della Cintura nel 1738.

Cenni storici 1

Aspetto artistico e architettonico